Il niente e il poco

Italo Calvino

Secondo i calcoli del fisico Alan Guth, dello Stanford Linear Accelerator Center, l’Universo ha avuto origine letteralmente dal nulla in una frazione di tempo estremamente breve: un secondo diviso per un miliardo di miliardi di miliardi. (Dal «Washington Post», 3 giugno 1984.)

Se vi dico che me ne ricordo – cominciò Qfwfq – voi obietterete che nel niente niente può ricordare niente né essere ricordato da niente, ragion per cui non potete credere nemmeno una parola di quello che sto per raccontarvi. Argomenti difficili da controbattere, lo ammetto. Tutto quello che posso dirvi è che, dal momento in cui qualcosa ci fu, e non essendoci altro, quel qualcosa fu l’universo, e non essendoci mai stato prima, ci fu un prima in cui non c’era e un dopo in cui c’era, da quel momento, dico, cominciò a esserci il tempo, e col tempo il ricordo, e col ricordo qualcuno che ricordava, ossia io o quel qualcosa che in seguito avrei capito d’essere io. Intendiamoci: non che mi ricordassi di com’ero al tempo del niente, perché allora non c’era il tempo e non c’ero io; ma adesso mi rendevo conto che, anche se non sapevo d’esserci, un posto dove avrei potuto essere ce l’avevo, cioè l’universo; mentre prima, anche volendo, non avrei saputo dove mettermi, e questo faceva già una bella differenza, ed era appunto questa differenza tra il prima e il poi che io ricordavo. Insomma, dovete riconoscere che anche il mio ragionamento fila, e in più non pecca di semplicismo come il vostro.

Lasciate dunque che vi spieghi. Quel che c’era allora non è nemmeno detto che proprio ci fosse: le particelle, o meglio gli ingredienti con cui si sarebbero fatte poi le particelle, avevano un’esistenza virtuale: quel tipo d’esistenza che se ci sei ci sei, e se non ci sei puoi cominciare a far conto d’esserci e vedere poi cosa succede. A noi sembrava già una gran cosa, e lo era certamente, perché solo se cominci a esistere virtualmente, a fluttuare in un campo di probabilità, a prendere in prestito e a restituire cariche d’energia ancora tutte ipotetiche, ti può capitare una volta o l’altra d’esistere di fatto, cioè di curvare intorno a te un lembo di spazio-tempo anche minimo: come successe a una quantità sempre crescente di nonsocosa – chiamiamoli neutrini perché è un bel nome, ma allora i neutrini nessuno se li era mai sognati – ondeggianti uno addosso all’altro in una zuppa rovente d’un calore infinito, spessa come una colla di densità infinita, che si gonfiava in un tempo così infinitamente breve che non aveva niente a che fare col tempo – e difatti il tempo non aveva avuto ancora tempo di dimostrare cosa sarebbe stato – e gonfiandosi produceva spazio dove lo spazio non s’era mai saputo cosa fosse. Così l’universo, da infinitesimo brufolo nella levigatezza del nulla s’espandeva fulmineo fino alle dimensioni d’un protone, poi d’un atomo, poi d’una punta di spillo, d’una capocchia, d’un cucchiaio, d’un cappello, d’un ombrello...

No, sto raccontando troppo svelto; o troppo lento, chissà: perché il gonfiarsi dell’universo era infinitamente veloce ma partiva da un’origine così sepolta nel nulla che per spuntarne fuori e affacciarsi alla soglia dello spazio e del tempo aveva bisogno d’uno strappo d’una violenza non misurabile in termini di spazio e di tempo. Diciamo che per raccontare tutto quel che avvenne nel primo secondo della storia dell’universo, dovrei fare un resoconto così lungo che non mi basterebbe la durata successiva dell’universo coi suoi milioni di secoli passati e futuri; mentre tutta la storia che venne dopo potrei sbrigarla in cinque minuti.

È naturale che l’appartenere a questo universo senza precedenti né termini di confronto diventasse ben presto motivo d’orgoglio, di vanteria, d’infatuazione. Lo spalancarsi fulmineo di distanze inimmaginabili, la profusione di corpuscoli che zampillavano dappertutto – adrioni, barioni, mesoni, qualche quark –, la rapidità precipitevole del tempo, tutto questo insieme ci dava un senso d’invincibilità, di dominio, di fierezza, e nello stesso tempo di sufficienza, come se tutto ci fosse dovuto. Il solo confronto che potevamo fare era col nulla di prima: e ne allontanavamo il pensiero come d’una condizione infima, meschina, meritevole di commiserazione o di scherno. Ogni nostro pensiero abbracciava il tutto, disdegnando le parti; il tutto era il nostro elemento, e comprendeva anche il tempo, tutto il tempo, in cui il futuro soverchiava il passato per quantità e pienezza. Il nostro destino era il più, il sempre più, e non sapevamo pensare al meno neanche di sfuggita: d’ora in avanti saremmo andati dal più al più ancora, dalle somme ai multipli alle potenze ai fattoriali senza mai fermarci o rallentare.

Che in questa esaltazione ci fosse un fondo d’insicurezza, quasi una smania di cancellare l’ombra delle nostre recentissime origini, è un’impressione che non so se avverto soltanto ora, alla luce di quanto ho appreso in seguito, o se già allora oscuramente mi rodeva. Perché nonostante la certezza che il tutto fosse il nostro ambiente naturale, era pur vero che eravamo venuti su dal niente, che c’eravamo appena sollevati dalla nullatenenza assoluta, che solo un tenue filo spazio-temporale ci divideva dalla precedente condizione sprovvista d’ogni sostanza ed estensione e durata. Erano sensazioni di precarietà, rapide ma acute, che mi prendevano, come se questo tutto che cercava di formarsi non riuscisse a nascondere la sua fragilità intrinseca, il fondo di vuoto a cui potevamo ritornare con la stessa rapidità con cui ce n’eravamo distaccati. Da ciò l’insofferenza che sentivo per l’indecisione che l’universo dimostrava nel prendere una forma, come se non vedessi l’ora che la sua vertiginosa espansione si fermasse, facendomi conoscere i suoi limiti, per il bene e per il male, ma anche acquistando stabilità nell’essere; e da ciò anche il timore che non riuscivo a soffocare, che appena ci fosse stata una sosta subito sarebbe cominciata la fase discendente, un altrettanto precipitoso ritorno al non essere.

Reagivo buttandomi all’altro estremo: «totalità! totalità!» proclamavo in lungo e in largo, «futuro!» sbandieravo, «avvenire!», «a me l’immensità!» affermavo, facendomi largo in quel turbinio indistinto di forze, «che le potenzialità possano! – incitavo – che l’atto agisca! che le probabilità provino!» Già mi pareva che le ondate di particelle (o erano soltanto radiazioni?) contenessero tutte le forme e le forze possibili, e più anticipavo intorno a me un universo popolato di presenze attive, più mi pareva che esse fossero affette da un’inerzia colpevole, da un’abulia rinunciataria.

Tra queste presenze ve n’erano di – diciamo– femminili, voglio dire dotate di cariche propulsive complementari alle mie; una di loro soprattutto attrasse la mia attenzione: altera e riservata, delimitava attorno a sé un campo di forze dai contorni longilinei e dinoccolati. Per essere notato da lei raddoppiavo le mie esibizioni di compiacimento per la prodigalità dell’universo, ostentavo la mia disinvoltura nell’attingere alle risorse cosmiche come chi le ha avute sempre disponibili, mi sporgevo in avanti nello spazio e nel tempo come chi s’aspetta sempre il meglio. Convinto che Nugkta (la chiamo già col nome che conobbi in seguito) fosse diversa da tutti perché più consapevole di cosa significava il fatto d’esserci e far parte di qualcosa che c’è, cercavo con ogni mezzo di distinguermi dalla massa esitante di quanti tardavano ad abituarsi a quest’idea. Il risultato fu di rendermi importuno e antipatico a tutti, senza che questo m’avvicinasse a lei.

Stavo sbagliando tutto. Non tardai ad accorgermi che Nugkta non apprezzava affatto il mio strafare, anzi si studiava di non darmi alcun segno d’attenzione, salvo uno sbuffo infastidito ogni tanto. Continuava a starsene sulle sue, un po’ apatica, come fosse rannicchiata col mento sulle ginocchia abbracciando le lunghe gambe ripiegate coi gomiti sporgenti, (dovete intendermi: descrivo il modo di stare che sarebbe stato il suo se allora si fosse potuto parlare di ginocchia, gambe, gomiti; o meglio ancora, era l’universo a star rannicchiato su se stesso, e chi era lì non aveva altro modo di stare, alcuni con più naturalezza, per esempio lei). I tesori dell’universo che profondevo ai suoi piedi, li accoglieva come se dicesse: «Tutto lì?» Dapprincipio quest’indifferenza mi sembrava un’affettazione, poi compresi che Nugkta voleva darmi una lezione, invitarmi a tenere un contegno più controllato. Coi miei abbandoni all’entusiasmo dovevo sembrarle un ingenuo, un novellino, un facilone.

Non mi restava che cambiare mentalità, comportamento, stile. Il mio rapporto con l’universo doveva essere un rapporto pratico, fattuale, come di chi sa calcolare l’evolversi d’ogni cosa nel suo valore oggettivo, per immenso che sia, senza montarsi la testa. Speravo di presentarmi così a lei nella luce più convincente, promettente, degna di fiducia. Ci riuscii? No, meno che mai. Più puntavo sul solido, sul realizzabile, sul quantificabile, più sentivo d’apparirle come un millantatore, un imbroglione.

Alla fine cominciai a vedere chiaro: per lei c’era un solo oggetto d’ammirazione, un solo valore, un solo modello di perfezione, ed era il nulla. Non a me era rivolta la sua disistima, ma all’universo. Tutto ciò che c’era portava in sé un difetto d’origine: l’essere le sembrava una degenerazione avvilente e volgare del non essere.

Dire che questa scoperta mi lasciò sconvolto, è dire poco: per tutti i miei convincimenti, la mia smania di totalità, le mie immense aspettative, era un affronto. Quale incompatibilità di carattere più grande che tra me e una nostalgica del niente? Non che le mancassero ragioni (il mio debole per lei era tale che mi sforzavo di comprenderla): era vero che il niente aveva in sé un’assolutezza, un rigore, una tenuta da fare apparire approssimativo, limitato, traballante tutto ciò che pretendeva di possedere i requisiti dell’esistenza; in ciò che c’è, se lo si paragona a ciò che non c’è, saltano agli occhi la qualità più scadente, le impurità, le magagne; insomma, è solo col nulla che si può andare sul sicuro. Detto questo, che conseguenza dovevo trarne? Voltare le spalle al tutto, rituffarmi nel niente? Come se fosse possibile! Una volta messo in moto, il processo del passaggio dal non essere all’essere non si poteva più fermare: il nulla apparteneva a un passato finito irrimediabilmente.

Tra i vantaggi dell’essere c’era anche quello che ci permetteva, dal culmine della pienezza raggiunta, di concederci una pausa di rimpianto per il nulla perduto, di contemplazione melanconica della pienezza negativa del vuoto. In questo senso ero pronto a secondare l’inclinazione di Nugkta, anzi nessuno più di me era capace d’esprimere con tanta convinzione questo sentimento struggente. Pensarlo e precipitarmi verso di lei declamando: «Oh, potessimo perderci nei campi sconfinati del nulla...» fu tutt’uno. (Cioè feci qualcosa in qualche modo equivalente a declamare qualcosa del genere). E lei? Mi piantò in asso disgustata. Ci misi un po’ di tempo a rendermi conto di quanto ero stato grossolano e a imparare che del nulla si parla (o meglio: non si parla) con tutt’altra discrezione.

Le crisi successive che attraversai da allora in poi non mi fecero più trovare pace. Come avevo potuto sbagliarmi al punto di cercare la totalità della pienezza preferendola alla perfezione del vuoto? Certo, il passaggio dal non essere all’essere era stato una grossa novità, un fatto sensazionale, una trovata d’effetto sicuro. Ma non si poteva proprio dire che le cose fossero cambiate in meglio. Da una situazione netta, senza errori, senza macchie, s’era passati a una costruzione abborracciata, ingorgata, che franava da tutte le parti, che si teneva insieme per scommessa. Cosa aveva potuto eccitarmi tanto nelle cosiddette meraviglie dell’universo? La scarsità dei materiali a disposizione aveva determinato in molti casi soluzioni monotone, ripetitive, e in molti altri uno sparpagliarsi di tentativi disordinati, incoerenti, pochi dei quali destinati ad aver seguito. Forse era stata una falsa partenza: la pretesa di ciò che cercava di farsi credere un universo sarebbe presto caduta come una maschera, e il niente, sola autentica totalità possibile, sarebbe tornato a imporre la sua invincibile assolutezza.

Entrai in una fase in cui soltanto gli spiragli di vuoto, le assenze, i silenzi, le lacune, i nessi mancanti, le smagliature nel tessuto del tempo mi parevano racchiudere un senso e un valore. Spiavo attraverso quelle brecce il grande regno del non essere, vi riconoscevo l’unica mia vera patria, che rimpiangevo d’aver tradito in un temporaneo obnubilamento della coscienza e che Nugkta m’aveva fatto ritrovare. Sì, ritrovare: perché insieme alla mia ispiratrice mi sarei infiltrato in questi sottili cunicoli di vuoto che attraversavano la compattezza dell’universo; insieme avremmo raggiunto l’annullamento d’ogni dimensione, d’ogni durata, d’ogni sostanza, d’ogni forma.

A questo punto l’intesa tra Nugkta e me avrebbe dovuto essere finalmente senza ombre. Cosa poteva dividerci, ormai? Eppure, ogni tanto venivano fuori delle divergenze inaspettate: mi pareva d’essere diventato io più severo di lei verso l’esistente; mi stupivo di scoprire in lei indulgenze, quasi direi complicità, con gli sforzi che quel vortice di pulviscolo faceva per tenersi insieme. (C’erano già dei campi elettromagnetici ben formati, dei nuclei, i primi atomi...)

Una cosa va detta: l’universo, fin tanto che lo si considerava come il colmo della totalità della pienezza, non poteva ispirare che banalità e retorica, ma se lo si considerava come fatto di poco, poca cosa racimolata ai margini del niente, suscitava una simpatia incoraggiante, o almeno una benevola curiosità per quel che sarebbe riuscito a fare. Con sorpresa vedevo Nugkta pronta a sostenerlo, a sorreggerlo, questo universo indigente, stentato, cagionevole. Invece io, duro: «Che venga il nulla! Al nulla onore e gloria!», insistevo, preoccupato che questa debolezza di Nugkta potesse distrarci dal nostro obiettivo. E Nugkta, come rispondeva? Coi suoi soliti sbuffi canzonatori, tal quale come ai tempi dei miei eccessi di zelo per le glorie dell’universo.

Con ritardo, come al solito, finii per capire che aveva ragione anche stavolta. Col nulla non potevamo avere altro contatto che attraverso questo poco che il nulla aveva prodotto come quintessenza della sua inanità; del nulla non avevamo altra immagine che il nostro povero universo. Tutto il nulla che potevamo trovare stava lì, nel relativo di ciò che è, perché anche il nulla non era stato altro che un nulla relativo, un nulla segretamente percorso da venature e tentazioni d’essere qualcosa, se è vero che in un momento di crisi della propria nullità aveva potuto dar luogo all’universo.

Oggi che il tempo ha sgranato miliardi di minuti e d’anni e l’universo è irriconoscibile da com’era in quei primi istanti, e da quando lo spazio è diventato tutt’a un tratto trasparente, le galassie avvolgono la notte nelle loro spirali sfolgoranti, e sulle orbite dei sistemi solari milioni di mondi maturano i loro himalaya e i loro oceani all’alternarsi delle stagioni cosmiche, e sui continenti s’accalcano folle festanti o sofferenti o massacrantisi a vicenda con meticolosa ostinazione, e sorgono e crollano gli imperi nelle loro capitali di marmo e porfido e beton, e i mercati straripano di buoi squartati e piselli surgelati e drappi di tulle e broccato e nylon, e pulsano i transistors e i computers e ogni genere di carabattole, e da ogni galassia tutti non fanno che osservare e misurare tutto, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, c’è un segreto che solo Nugkta e io conosciamo: che quanto è contenuto nello spazio e nel tempo non è altro che il poco, generato dal niente, il poco che c’è e potrebbe anche non esserci, o essere ancora più esiguo, più sparuto e deperibile. Se preferiamo non parlarne, né in male né in bene, è perché potremmo dire solo questo: povero gracile universo figlio del nulla, tutto ciò che siamo e facciamo t’assomiglia.